Sotto la cappa di caldo torrido e asfissiante che in questi giorni sta schiacciando l’Europa intera, sembra quasi inevitabile che il pensiero vada ai grandi dilemmi del nostro tempo. Questo caldo sarà davvero colpa del climate change, il mutamento climatico che starebbe riscrivendo le stagioni e surriscaldando i nostri inverni e le nostre estati? È la natura stessa che si ribella ai nostri modelli di sviluppo o fa semplicemente caldo perchè è estate? Proprio mentre cerchiamo rifugio dall’afa, ci viene spontaneo riflettere su come i potenti della Terra e i pensatori più radicali del nostro tempo interpretino questa questione epocale, che è persino venuta ad assumere risvolti geopolitici.
Se si prendono in mano due testi apparentemente distanti – Harmony: A New Way of Looking at Our World, firmato da Re Carlo III (scritto nel 2010 quando era ancora Principe del Galles, ma ristampato nel 2026), e Contro il Grande Reset (2022) del filosofo russo Aleksandr Dugin – si ha l’impressione di assistere a un bizzarro duetto intellettuale. Entrambi gli autori muovono una guerra spietata allo stesso nemico: il riduzionismo meccanicista, l’illuminismo scientista e la modernità capitalista. Eppure, le loro conclusioni e i loro destini politici si trovano oggi su fronti l’un contro l’altro trincerati e armati.
Il Re Filosofo (e i suoi “ghostwriter”)
Bisogna riconoscere al testo di Re Carlo una indubbia qualità letteraria e una fluidità argomentativa che cattura il lettore. Va detto, però, per onestà intellettuale, che il sovrano britannico non ha affrontato l’impresa in solitaria: il volume è firmato a sei mani insieme al celebre ambientalista Tony Juniper e allo scrittore e documentarista Ian Skelly.
Ciò che stupisce profondamente nelle pagine del libro è l’inaspettata, profonda devozione alla tradizione filosofica cattolica di Re Carlo. Il capo della Chiesa Anglicana – una Chiesa nata proprio da uno strappo politico protestante – tesse una lode appassionata di San Tommaso d’Aquino e della Scolastica, rintracciandovi l’equilibrio perfetto tra fede, ragione e rispetto del Creato. Non meno interessanti sono le sue digressioni sul “principio femminile” della Natura, inteso come forza generatrice e armonica, contrapposta alla brutalità cieca dell’industrialismo estrattivo.
Un elemento sinceramente apprezzabile del testo è la dura requisitoria contro gli allevamenti intensivi. Carlo si scaglia contro la riduzione degli animali a macchine biologiche da profitto, denunciando l’orrore e la crudeltà di un sistema industriale che nega ogni dignità a povere bestie stipate in capannoni-lager.
Le amnesie storiche
Tuttavia, l’opera non è esente da macroscopiche contraddizioni. Charles lancia strali contro Francis Bacon, Galileo (e addirittura contro F. T. Marinetti), l’empirismo e il paradigma “meccanicista”. Ma nel farlo, sembra dimenticare un piccolo dettaglio storico: è stato esattamente quel pensiero “meccanicista”, applicato alla tecnica e all’industria, a permettere all’impero britannico (di cui oggi egli presiede la continuazione simbolica nel Commonwealth) di diventare il dominatore egemone del globo per almeno due secoli. Troviamo ci sia una certa ipocrisia nel godere dei frutti storici di una rivoluzione scientifica per poi maledirne le radici. Ma, ovviamente, a tutti è concesso ravvedersi…
Purtroppo, la seconda metà del libro scivola progressivamente verso una sorta di retorica stucchevole. Carlo si perde in astruserie new-age e in digressioni talmente petulanti da ricordare l’insistenza di un venditore porta a porta di prodotti Avon. La sua “riforma mondiale green” si trasforma in una propaganda paternalista che vorrebbe imporre al mondo intero uno stile di vita bucolico, dimenticando le necessità materiali delle nazioni e degli individui meno abbienti.
Dugin che parte da Carlo
Dall’altro lato della barricata geopolitica, Aleksandr Dugin apre il suo Contro il Grande Reset chiamando in causa proprio l’allora Principe Carlo e il suo discorso inaugurale al World Economic Forum di Davos del 2020 (dove il sovrano sposò pubblicamente il progetto del Great Reset di Klaus Schwab).
Il dato più sorprendente è che la diagnosi teologica e filosofica di Dugin coincide quasi millimetricamente con quella di Re Carlo. Il filosofo russo attacca il sistema conoscitivo occidentale partendo da lontano, dal “nominalismo” tardo-medievale (la negazione degli “universali”), individuato come il virus originario che ha distrutto la sacralità del mondo trasformando l’uomo in un individuo isolato e la natura in mera merce.
Ma se la diagnosi filosofica è raffinata, la declinazione politica di Dugin subisce un tracollo speculare a quello di Carlo. Il pensatore russo si prodiga in elogi verso Donald Trump e soprattutto il trumpismo, visti come la rivoluzione dell’America profonda contro le élite globaliste di Davos. Dugin traspone la sua complessa metafisica eurasiatica in ambito geopolitico puntando sul cavallo americano, certo parzialmente giustificato dal fatto che l’imbarazzante missione trumpiana in Iran era ancora di là dal venire.
Il Grande Gioco e la battaglia per l’Isola-Mondo
L’analisi comparata di questi due testi lascia un senso di profonda perplessità. Se King Charles e Aleksandr Dugin condividono la stessa critica al materialismo moderno, se entrambi rimpiangono la Tradizione e l’Armonia Mundi, perché i loro rispettivi mondi fanno parte di due blocchi contrapposti in una guerra mortale?
Potremmo azzardare che la risposta non è nei testi di teologia, ma nelle vecchie mappe di Halford Mackinder, che descriveva il conflitto sorto dopo la fine delle guerre napoleoniche fra Russia e Inghilterra, protrattosi almeno sino a tutto l’Ottocento come “Grande Gioco”; poi rientrato nell’alveo della Guerra Fredda. E possiamo fare riferimento a Carl Schmitt: stando alle cui teorie, ci ritroveremmo di fronte all’ennesima riproposizione dell’eterno scontro tra due categorie geografiche inconciliabili. Per cui, da una parte avremmo l’Occidente a trazione anglosassone, con Gran Bretagna e USA (costola Democrat soprattutto e Neocon), storiche potenze marittime che cercano di tenere a bada l’intera Isola-Mondo (il supercontinente Euro-Asiatico-Africano) sotto un unico sistema di regole economiche e transizioni ecologiche globali facente capo al parlamentarismo di Westminster. Dall’altra parte la Russia, con il suo Heartland propriamente detto: il “cuore della terra” continentale, quella fortezza eurasiatica impenetrabile via mare che punta tutto sul controllo delle proprie risorse di terra e che si pone idealmente come “ago della bilancia” degli equilibri globali. Una Russia che si dimostra del tutto impermeabile ed estranea alla “rivoluzione green” tanto cara invece a Re Carlo, poiché la sua stessa sopravvivenza economica dipende dalle esportazioni di gas e idrocarburi.
Giovanni Balducci