Kaspar Hauser, “ragazzo del mistero” fra “buon selvaggio” e parabola spirituale

di | Novembre 12, 2025
Kaspar Hauser

Nell’Europa del primo Ottocento, in un tempo in cui la ragione illuminista cominciava a convivere con i moti dell’interiorità romantica, apparve un giovane che sembrava uscito da un sogno o da un esperimento: Kaspar Hauser.

La sua vicenda, a cavallo fra cronaca giudiziaria, mito e parabola spirituale, trovò in Anselm von Feuerbach (padre del più noto Ludwig), uno dei più illustri giuristi tedeschi del tempo, il suo interprete più acuto e commosso. La sua accorata memoria sulla vicenda fu edita nel 1832 (in Italia è oggi presente nel catalogo della Piccola Biblioteca Adelphi) sotto il titolo di Kaspar Hauser. Un delitto esemplare contro l’anima, ed è insieme documento, inchiesta e meditazione morale.

Feuerbach, magistrato rigoroso e fra i padri del diritto penale moderno, segue passo dopo passo la comparsa di questo ragazzo del mistero, apparso a Norimberga nel giorno di Pentecoste dell’Anno Domini 1828, incapace di parlare e di comprendere il mondo, come un essere appena nato. La società che lo accoglie lo educa, lo osserva, lo sfrutta, e infine se ne disfa: nel 1833 Kaspar muore assassinato in circostanze oscure, forse vittima di un intrigo politico.

Feuerbach ricostruisce l’intera storia con un tono sospeso tra rigore giuridico e pietà umana. Da giudice, analizza i fatti; da pensatore, ne sente il simbolo: è Kaspar Hauser, in effetti, figura a metà tra Mowgli e un Wunderer Rosa-Croce. La tesi, che dà il sottotitolo al libro, è che il destino di Kaspar rappresenti un “delitto contro l’anima”: non solo l’omicidio fisico di un individuo, ma la distruzione lenta e sistematica della sua innocenza, della sua possibilità di essere uomo. Kaspar, isolato fin dall’infanzia, cresciuto senza linguaggio né relazioni, è forse l’emblema di una umanità aurorale irrimediabilmente perduta con la “Caduta”.

L’indagine di Feuerbach non è solo cronaca. È anche un atto di denuncia contro una società che teme ciò che non comprende. Il giurista tedesco mostra come la curiosità morbosa, la diffidenza e la superstizione borghese trasformino un giovane in un caso mediatico ante litteram, fino a consumarne l’esistenza. Kaspar Hauser diventa così un archetipo: l’”uomo naturale” di Rousseau precipitato nel cuore della civiltà, l’innocente (forse) sacrificato per i turpi fini di gente senza scrupoli.

Ciò che colpisce oggi, rileggendo queste pagine, è la loro attualità morale (ammesso che la morale, nell’accezione di “imperativo categorico”, sia soggetta al mutare dei tempi). Il caso di Kaspar Hauser, dietro l’enigma delle sue origini e la suggestione dell’esoterico, interroga ancora la coscienza collettiva sulla violenza perpetrata ai danni di anime innocenti incapaci di far sentire la propria voce, e anche, perché no, sugli animali.

Feuerbach

Feuerbach non offre risposte definitive — la verità sul ragazzo del mistero rimane, forse com’è giusto che sia in questi casi, irraggiungibile — ma consegna al lettore un monito: la civiltà non è nulla senza umanità.

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