
La miniserie Il Mostro di Stefano Sollima affronta uno dei casi più inquietanti della cronaca italiana, quello del Mostro di Firenze, con una certa ambizione narrativa e una cura visiva notevole. La fotografia, le scenografie d’epoca e l’atmosfera sospesa tra Toscana e Sardegna restituiscono efficacemente il senso di un’Italia rurale e retriva, attraversata da tensioni sociali e morali. Sollima sceglie di concentrarsi sulla cosiddetta “pista sarda”, una prospettiva laterale e meno esplorata del caso, e questo, almeno nelle intenzioni, avrebbe potuto rappresentare un punto di forza: spostare il baricentro dal mito mediatico del killer alla realtà concreta di una comunità dominata da arretratezza e omertà.
Tuttavia, il risultato complessivo appare fuoritraccia rispetto al nucleo centrale della vicenda. Invece di approfondire la psicologia del serial killer o la complessità delle indagini, la serie si disperde in una rete di relazioni pruriginose, triangoli amorosi, gelosie e tensioni domestiche in perfetto stile Netflix che finiscono per diluire il senso di minaccia e il peso storico del caso. Le vicende sentimentali dei personaggi sardi — amori omoerotici, tradimenti, desideri repressi — occupano gran parte della narrazione, spostando l’attenzione dal mistero dei delitti alla dimensione del melodramma pecoreccio. L’impressione è che Sollima, pur mantenendo il suo talento per il racconto corale e la tensione, cada qui in un eccesso di “colore locale”, quasi ossessionato dal bisogno di sottolineare la sensualità e la morbosità del contesto più che la logica criminale.
Visivamente la serie resta impeccabile, e la regia conferma la solidità tecnica di Sollima: movimenti di macchina precisi, luci naturali, un ritmo che alterna lentezza e improvvise accelerazioni. Ma il tono generale oscilla tra il thriller e il dramma familiare, senza mai trovare un equilibrio coerente. A risultare più grave, tuttavia, è l’assenza quasi totale di riferimenti al milieu esoterico che emerse in modo persistente nelle indagini reali e che rappresenta uno degli aspetti più oscuri e inquietanti del caso. Allo stesso modo, la questione dei “compagni di merende” — centrale nella memoria collettiva e nella ricostruzione giudiziaria — viene del tutto ignorata, salvo un fugace accenno finale a Pietro Pacciani, ma senza alcuna elaborazione narrativa o contestuale.
In definitiva, Il Mostro è una serie che affascina per costruzione visiva ma delude per contenuto: ambiziosa ma dispersiva, accurata nella forma eppure fuorifuoco sul piano narrativo. La scelta di Sollima di privilegiare le passioni, i rancori e i tabù sessuali di un’Italia arretrata e “patriarcale” rispetto al cuore investigativo del caso lascia lo spettatore con una sensazione di disorientamento — come se il Mostro, quello vero, restasse sempre ai margini, dietro le quinte delle relazioni umane che la serie, forse con troppa insistenza, ha deciso di mettere in primo piano.
Giovanni Balducci